Era il 3 marzo del 2015 quando venne approvata la Strategia Italiana per la Banda Ultralarga, poi ribattezzata da giornali e addetti ai lavori “Piano BUL”.

Siglato dall’allora governo Renzi, il progetto aveva come obiettivo quello di portare collegamenti a Banda Ultralarga in tutte quelle zone del nostro Paese – circa il 25% del territorio nazionale – raggiunte dalle sole connessioni con velocità pari o inferiore a 30Mbps.

Un lavoro mastodontico, il quale, così come riportato sulle pagine del sito del progetto, avrebbe portato a «ridurre il gap infrastrutturale e di mercato esistente» favorendo lo «sviluppo integrato delle infrastrutture di telecomunicazione fisse e mobili».

Ma cosa c’entrano le cosiddette “aree bianche, grigie e nere” con tutto questo?

Lo vediamo subito, perché è qui che la storia si fa più interessante…

Aree bianche, grigie e nere: definizione e differenze

Introdotta dalla Commissione Europea già nel 2013, la divisione tra “aree bianche”, “aree grigie” e “aree nere” ha lo scopo di distinguere, sulla base degli investimenti previsti, le zone in cui gli operatori di telecomunicazioni andranno a intervenire da qui fino a tutto il 2022.

Per comprendere a pieno il senso e l’utilità di questa suddivisione, è importante sapere che:

  • Le “aree nere” sono tutte quelle aree nelle quali investono o investiranno almeno due operatori, ognuno con una propria rete, che erogano servizi a banda ultralarga
  • Le “aree grigie” sono tutte quelle aree nelle quali investe o investirà un operatore che fornisce servizi di connettività a banda ultralarga
  • Le “aree bianche” sono tutte quelle aree in cui nessun operatore investe o investirà in connettività a banda ultralarga, e in cui sarà richiesto l’intervento economico dello Stato

È bene specificare, inoltre, che è possibile consultare lo stato dei lavori su un’apposita mappa dei cantieri, nonché conoscere le previsioni per il civico di proprio interesse.

Non facciamo confusione!

Per quanto semplice e intuitiva, alcuni aspetti legati alla suddivisione delle aree rischiano comunque di essere fraintesi. Ecco, quindi, che risulta necessario fare alcune precisazioni:

  • “Area” non significa “Comune”, ma un Comune può avere al suo interno più aree. Lo prova il fatto che i Comuni oggetto del Piano BUL sono 8 mila, mentre le aree circa 95 mila
  • Quando parliamo di “aree nere”, i due o più operatori coinvolti sono tenuti a erogare i loro servizi di connettività a banda ultralarga su infrastrutture – e quindi reti – separate
  • Con “Banda Ultralarga” si intendono reti di tipo NGA (Next Generation Access), le quali permettono di raggiungere una velocità di download superiore a 30Mbps. Quindi, di fatto, ci si riferisce a collegamenti di tipo VDSL, FTTH e FWA su frequenze licenziate

Specifiche apparentemente di poco conto, ma che in realtà fanno una grande differenza in questa interminabile partita contro il Digital Divide. Partita che è nostro dovere vincere!

Un’Italia connessa è finalmente possibile

Volendo concludere con un’opinione su quanto sta accadendo, in qualità Internet Provider mi sento di dire che il quadro previsto per la fine del 2022 è piuttosto incoraggiante.

Dai risultati della consultazione pubblica indetta da Infratel Italia, la quale ha coinvolto ben 44 operatori di telecomunicazioni, è infatti emerso che, sommando gli investimenti privati previsti per le “aree nere” e “grigie” con quelli dello Stato destinati alle “aree bianche”, l’Italia passerà da una copertura a banda ultralarga dell’82% a oltre il 99% del territorio.

Inoltre, a colpire maggiormente è l’accelerazione da cui saranno interessate le connessioni ad alte prestazioni – quelle che raggiungono 1Gbps di velocità, per intenderci – le quali arriveranno a coprire il 74% del territorio nazionale, contro il 15% del momento attuale.

Tanti collegamenti in FTTH, ma anche tanto Internet wireless e ponti radio, con quest’ultima modalità di collegamento che coprirà ben il 28% dei civici interessati dai lavori.

Massimiliano De Gabriele